Analisi e andamento del mercato della birra in Italia

Il mercato della birra in Italia ha conosciuto negli ultimi anni una crescita significativa, sia nei volumi prodotti e consumati, sia nel valore economico generato.

In questa analisi del mercato birrario italiano esamineremo l’ andamento del settore della birra in Italia, mettendo in luce i dati ufficiali più recenti e confrontando in dettaglio i due segmenti chiave: la birra industriale e la birra artigianale.

L’obiettivo è offrire uno sguardo autorevole e approfondito, basato su fonti affidabili (Assobirra, Unionbirrai, Istat e report di settore), sulle tendenze di produzione, consumo, sulle differenze tra birra artigianale e industriale e sulle sfide regolatorie che influenzano il comparto.

Il tono sarà tecnico e analitico, adatto a un pubblico di esperti, con dati e riferimenti concreti che supportano ogni affermazione.

In questo post

Dimensioni del mercato e trend recenti in Italia

Il settore della birra in Italia oggi riveste un ruolo importante nell’economia nazionale e mostra trend di crescita di lungo periodo.

Secondo i dati dell’Annual Report Assobirra 2022 presentati a maggio 2023, i consumi interni di birra hanno raggiunto un livello record di 22,3 milioni di ettolitri nel 2022, in aumento del +6% rispetto all’anno precedente .

Nello stesso 2022 la produzione nazionale è salita a 18,4 milioni di ettolitri (+3,3% su base annua), superando anche i livelli pre-pandemia.

Il valore economico generato dall’intera filiera birraria italiana è stimato in 9,4 miliardi di euro, pari allo 0,53% del PIL, con quasi 120 mila occupati in circa 850 aziende attive .

Questo colloca la birra tra i comparti significativi dell’agroalimentare nazionale, con un indotto occupazionale e fiscale non trascurabile (oltre 700 milioni di euro versati in accise ogni anno ).

La crescita dei consumi di birra in Italia emerge chiaramente osservando l’andamento storico.

Nel 2018 il consumo pro capite aveva raggiunto 33,6 litri annui per abitante, posizionando l’Italia ancora ai vertici bassi in Europa (terz’ultima per consumo pro capite), ma evidenziando un trend in aumento.

Da allora, complice anche un cambiamento nelle abitudini di consumo, la birra ha guadagnato spazio sulle tavole degli italiani.

Il 2022, come visto, ha registrato consumi totali superiori di oltre un milione di ettolitri rispetto al 2019, anno pre-pandemico considerato già molto positivo .

Su un orizzonte decennale, la crescita è ancora più marcata: basti pensare che nel 2013 i consumi nazionali erano intorno a 17,5 milioni di hl, dunque l’aumento in dieci anni è nell’ordine di +20%.

Parallelamente il consumo medio pro capite ha toccato un picco di circa 38 litri annui nel 2022, segno che la birra sta diventando sempre più parte integrante delle abitudini alimentari italiane.

Nonostante ciò, si rimane ancora sotto i livelli di Paesi europei a tradizione birraria più radicata – un potenziale margine di crescita per il futuro.

Va sottolineato infatti che l’Italia, pur incrementando la propria produzione, resta un importatore netto di birra.

Nel 2022 le importazioni hanno toccato 7,8 milioni di hl (+10% sul 2021) , segnando il valore più alto di sempre e superando anche il precedente picco del 2019.

Le esportazioni di birra italiana, invece, si sono attestate a 3,8 milioni di hl nel 2022, leggermente sotto il record dell’anno precedente (3,9) .

Questo significa che circa un terzo della birra consumata in Italia proviene dall’estero, mentre la produzione nazionale copre i restanti due terzi del fabbisogno interno.

Ciononostante, il gap import-export si è ridotto rispetto a decenni fa, grazie all’espansione della capacità produttiva nazionale e al successo di alcune birre italiane sui mercati esteri.

I principali mercati di destinazione dell’export italiano sono il Regno Unito (che assorbe quasi la metà dell’export) e a seguire gli Stati Uniti, la Francia, i Paesi Bassi e l’Albania , a testimonianza del gradimento internazionale crescente per alcune produzioni nostrane.

Impatto della pandemia e rimbalzo post-2020

L’andamento recente del mercato birrario italiano non può essere descritto senza menzionare l’impatto della pandemia di Covid-19 nel 2020 e la successiva ripresa.

Durante il 2020 si registrò un netto calo: i consumi scesero a circa 18,9 milioni di hl (da ~20,8 nel 2019) e la produzione a 15,8 milioni .

Le restrizioni a locali, pub e ristorazione pesarono enormemente su un settore in cui il consumo fuori casa riveste un ruolo importante.

Infatti, storicamente una quota consistente della birra in Italia viene consumata in bar, ristoranti, pub e altri esercizi (il cosiddetto canale Ho.Re.Ca., o fuoricasa), rispetto al consumo domestico tramite acquisto al dettaglio.

Con l’allentarsi delle restrizioni, il 2021 e soprattutto il 2022 hanno visto un robusto rimbalzo.

Nel 2022 i consumi fuori casa sono addirittura balzati del +20,9% rispetto al 2021, tornando a coprire il 35,8% dei consumi nazionali totali, una quota nuovamente in linea con gli equilibri pre-Covid .

Parallelamente, la quota delle vendite attraverso la GDO (grande distribuzione organizzata), che nel 2020-21 era aumentata compensando in parte le chiusure del canale Ho.Re.Ca., è scesa nel 2022 al 64,2% del totale (dal 67,4% dell’anno precedente) .

Questo ripristino dell’equilibrio tra consumi domestici e fuori casa indica che gli italiani sono tornati a frequentare birrerie, locali e ristoranti, riportando la birra al centro della socialità e del consumo conviviale, oltre che casalingo.

Produzione, quote di mercato e crescita dei volumi

La birra industriale domina nettamente il mercato italiano in termini di volume.

I grandi birrifici (Birra Peroni, Heineken Italia con Birra Moretti e Ichnusa, Carlsberg Italia, Birra Castello, Forst, Menabrea, ecc.) producono la stragrande maggioranza degli oltre 18 milioni di hl annui di birra made in Italy.

Si stima che il segmento industriale rappresenti circa il 97-98% dei volumi totali consumati nel Paese.

La birra artigianale, pur avendo conquistato una notevole visibilità e prestigio negli ultimi decenni, incide ancora per una quota esigua dei consumi: indicativamente tra il 2% e il 3% del volume complessivo .

Secondo le stime AssoBirra, la “fetta” di mercato coperta dalla birra artigianale negli ultimi anni si è attestata attorno al 3% scarso, con un dato più recente intorno al 2,6% .

In altri termini, per ogni 100 bicchieri di birra bevuti in Italia, solo 2 o 3 provengono da microbirrifici artigianali, mentre il resto è birra di produzione industriale.

Questa divergenza nei volumi è frutto della diversa scala produttiva.

Un singolo stabilimento industriale di un grande birrificio può produrre anche oltre 1 milione di ettolitri l’anno, mentre un microbirrificio artigianale tipicamente produce alcune centinaia di ettolitri l’anno, raramente qualche migliaio.

Ad esempio, tutti i microbirrifici italiani sommati hanno prodotto nel 2022 circa 470 mila ettolitri di birra – un volume che un singolo birrificio industriale medio-grande può superare agevolmente.

È evidente dunque come i due segmenti operino su scale dimensionali incomparabili.

Ciò nonostante, la crescita del comparto artigianale in termini relativi è stata impressionante.

La birra artigianale in Italia praticamente non esisteva fino ai primi anni ’90 (i primi microbirrifici sono nati a metà anni ’90); da allora ha conosciuto una vera esplosione.

Basti pensare che i microbirrifici censiti erano appena 113 nel 2008, diventati 718 nel 2017 (+535% in meno di un decennio).

L’espansione è proseguita negli ultimi anni: secondo Unionbirrai, il numero di aziende che producono birra in Italia è passato da 649 nel 2015 a 1.326 nel 2022, con un incremento del +104% in sette anni .

Questa crescita riguarda quasi esclusivamente il segmento artigianale, dal momento che il numero di birrifici industriali è rimasto pressoché stabile (circa una quindicina di grandi siti produttivi) .

In altre parole, l’aumento vertiginoso del numero di birrifici è stato trainato dalle piccole realtà indipendenti, segno di un fermento imprenditoriale notevole nel settore craft.

Dal punto di vista dei volumi, anche se la birra artigianale resta una nicchia, essa ha eroso leggermente terreno negli ultimi 20 anni.

Si è passati da una situazione in cui la birra artigianale era sostanzialmente irrilevante (0,x% del mercato nei primi anni 2000) a quel 2-3% attuale.

Il 2022 ha visto una produzione artigianale record attorno a 470mila hl, poi leggermente calata nel 2023 a circa 450mila hl .

Va evidenziato che nel 2020-2021 i microbirrifici hanno sofferto pesantemente per le restrizioni pandemiche (alcuni hanno sospeso l’attività o ridotto drasticamente la produzione), ma molti sono riusciti a sopravvivere e nel 2022 hanno recuperato i volumi persi.

Il segmento artigianale ha quindi mostrato capacità di resilienza, pur con tutte le difficoltà del caso, tornando nel 2022 ai livelli (ancora modesti in termini assoluti) di consumo precedenti alla pandemia .

Dal lato industriale, i grandi produttori hanno anch’essi recuperato nel 2021-22 i volumi persi nel 2020, segnando nel 2022 il record storico di produzione nazionale (18,4 milioni hl) di cui si è detto.

In termini di tasso di crescita, dunque, la birra artigianale cresce in modo molto più rapido (in percentuale) rispetto alla birra industriale, anche se parte da una base piccola.

Il trend degli ultimi anni evidenzia tuttavia un possibile rallentamento: la quota artigianale sembra essersi stabilizzata intorno al 3% o meno, segno che per fare un ulteriore salto di scala il comparto craft dovrà probabilmente superare alcune barriere strutturali (distribuzione, prezzo, capacità produttiva) di cui diremo tra breve.

Numero di operatori e struttura produttiva

Come già accennato, il tessuto produttivo del settore birra in Italia è profondamente cambiato in pochi anni.

Fino agli anni ’90 vi erano poche grandi aziende a spartirsi il mercato (le storiche birrerie industriali italiane, alcune poi acquisite da gruppi esteri, e pochissimi birrifici indipendenti di piccola dimensione).

Oggi, grazie al boom dei microbirrifici artigianali, esiste una miriade di piccoli produttori diffusi su tutto il territorio nazionale.

Si contano attualmente più di 1000 birrifici artigianali indipendenti (sui 1326 registrati, sottraendo la quindicina industriale ), includendo sia microbirrifici propriamente detti che brewpub (birrifici con mescita diretta) e beer firm (marchi senza impianto proprio che si appoggiano ad altri per produrre).

È importante sottolineare che dal 2016 esiste in Italia una definizione legale di birra artigianale: per la legge italiana è birra artigianale quella prodotta da birrifici indipendenti di piccola dimensione (meno di 200.000 hl l’anno) e non sottoposta a pastorizzazione o microfiltrazione (La birra artigianale diventa legge: ecco il testo definitivo | Cronache di Birra).

Questa definizione ha consentito di inquadrare normativamente il segmento e, ad esempio, di introdurre agevolazioni fiscali specifiche per i piccoli birrifici (come vedremo nella sezione sulle sfide regolatorie).

D’altro canto, la soglia dei 200.000 hl è talmente alta (molto superiore ai volumi reali di qualsiasi microbirrificio italiano) che in pratica quasi tutta la produzione italiana non industriale rientra nella categoria artigianale per legge (include anche birrifici regionali medi).

Di conseguenza, quando parliamo di birrifici artigianali ci riferiamo a realtà produttive generalmente ben al di sotto di tale soglia, spesso sotto i 5.000 hl annui e in molti casi sotto i 1.000 hl.

La birra industriale, viceversa, è appannaggio di pochissimi attori: sostanzialmente i grandi gruppi birrari che operano in Italia con i loro stabilimenti.

Oltre alle multinazionali (Heineken, Asahi per Birra Peroni, Carlsberg, AB InBev presente più che altro con importazioni o tramite marchi acquisiti), esistono un paio di birrifici italiani di dimensione intermedia (ad esempio Birra Castello, che ha rilevato lo storico birrificio Pedavena, e Forst/Menabrea).

Complessivamente si parla come visto di non più di 15 poli produttivi principali.

La concentrazione è alta: i primi tre gruppi birrari coprono da soli una quota molto ampia del mercato (si stima oltre 60-70%).

Questo comporta economie di scala elevate per gli industriali, ma anche una relativa staticità nel numero di operatori industriali: da anni non vi sono nuovi ingressi significativi tra i big player (al più cambi di proprietà), mentre le acquisizioni di birrifici craft da parte di multinazionali – fenomeno osservato in altri Paesi – in Italia sono state finora limitate (un caso noto è l’acquisizione del birrificio artigianale Birra del Borgo da parte di AB InBev, ma in generale i grandi hanno preferito lanciare linee craft-oriented proprie invece di acquisire).

Canali di vendita e distribuzione: GDO, horeca e vendita diretta

Uno degli aspetti in cui la differenza tra artigianale e industriale è più marcata riguarda i canali di distribuzione e vendita.

La birra industriale arriva ovunque: supermercati, ipermercati, negozi di alimentari, bar, ristoranti, pub, stadi, discoteche, ecc.

Grazie a robuste reti commerciali e di distribuzione, i grandi marchi riescono a presidiare capillarmente sia la GDO (dove i volumi sono maggiori) sia il canale Horeca.

La birra artigianale, invece, sconta maggiori difficoltà di reperibilità sul mercato.

I microbirrifici spesso distribuiscono autonomamente i propri prodotti su scala locale o regionale, faticando ad accedere alla grande distribuzione organizzata e alle catene commerciali su larga scala.

Secondo un’indagine Unionbirrai, solo l’1,4% dei birrifici artigianali riesce a vendere attraverso la GDO .

La maggior parte dei piccoli produttori si affida a un circuito corto: vendita diretta in birrificio, fornitura a pub, beershop specializzati, ristoranti locali, fiere ed eventi birrari.

Circa un birrificio artigianale su due distribuisce le proprie birre esclusivamente a livello locale (nel proprio territorio) e solo uno su quattro ha una distribuzione di respiro nazionale .

Questa frammentazione distributiva è indicata dagli stessi birrai artigianali come uno dei principali limiti alla crescita: la difficile reperibilità del prodotto artigianale per il consumatore finale è infatti spesso citata (più ancora del prezzo elevato) come motivo per cui molti consumatori non acquistano birre artigianali .

Nel canale della grande distribuzione, per contro, le birre industriali dominano gli scaffali, ma va segnalato un trend interessante: la crescente presenza di birre “speciali”.

Con questo termine si intendono in genere birre di tipo diverso dalla lager chiara mainstream – ad esempio craft beer importate, prodotti di abbazia, birre doppio malto speciali, ecc., spesso vendute in formati da 33 cl o in bottiglie particolari.

Tali birre speciali stanno avendo un boom nelle vendite GDO: nel 2021 (su 2020) le birre speciali in supermercato sono cresciute del +13% a valore e +12% a volume, contro una crescita media del comparto birra molto più modesta (+3,8% a valore, +5,7% a volume) .

Ciò significa che i consumatori, anche nel fare la spesa, iniziano a orientarsi verso prodotti più particolari e di qualità superiore rispetto alla classica bionda industriale.

Questa tendenza offre potenziali opportunità anche ai birrifici artigianali, purché riescano a inserirsi con le dovute garanzie di qualità e continuità.

Non a caso, alcune catene GDO hanno iniziato a ospitare linee di birre artigianali locali o a marchio dedicato.

Tuttavia, molti produttori craft vedono ancora la grande distribuzione come un ambiente difficile: da un lato un male necessario per fare volume, dall’altro un canale percepito come poco adatto a valorizzare prodotti che richiedono cura (temperatura, rotazione stock) e un pubblico consapevole.

Sta di fatto che l’industria birraria tradizionale ha colto questa evoluzione del gusto e si è mossa rapidamente: i grandi birrifici hanno lanciato proprie linee speciali o di finta-craft, occupando spazio anche in quella fascia di mercato e talvolta confondendo il consumatore meno esperto.

Il risultato è che oggi nello scaffale GDO convivono – e competono – birre artigianali autentiche (poche) e prodotti industriali che cercano di imitarne lo stile o il posizionamento.

Anche nel canale Horeca ci sono differenze: i birrifici artigianali sono spesso presenti in beershop, pub indipendenti, locali attenti alla qualità e alla varietà, mentre faticano ad entrare nei bar generalisti o nei grandi clienti della ristorazione commerciale, dove i contratti di fornitura con i colossi birrari la fanno da padrone.

Molti microbirrifici ovviano a ciò aprendo tap-room o brewpub propri, dove possono servire direttamente le loro birre al pubblico.

Oltre due terzi dei birrifici artigianali italiani hanno uno spazio di mescita o accoglienza per i clienti in loco , segno di una forte integrazione verticale produzione-vendita per intercettare i consumatori in maniera diretta.

Questo modello “dal produttore al consumatore” rappresenta per i piccoli birrai una via per generare margine e fidelizzare gli appassionati, sebbene ovviamente i volumi movimentati restino limitati rispetto alla distribuzione nazionale di un marchio industriale.

Tendenze di consumo e profilo dei consumatori

L’evoluzione del mercato si riflette anche nelle preferenze e nel profilo dei consumatori di birra in Italia.

Tradizionalmente la birra industriale lager chiara (stile pilsner/helles) è stata la più consumata in assoluto e ancora oggi mantiene una quota predominante (oltre l’80% dei consumi totali nel 2023) ().

Tuttavia, la diffusione della cultura birraria portata avanti dai microbirrifici ha contribuito a diversificare i gusti del pubblico: stili un tempo di nicchia – come le IPA luppolate, le birre trappiste belghe, le weiss tedesche o le stout – sono oggi conosciuti e apprezzati da una fetta crescente di consumatori italiani, soprattutto nei grandi centri urbani.

La birra artigianale ha educato il palato di molti appassionati, spingendo in alto l’interesse per la varietà organolettica e per la qualità degli ingredienti.

Il consumatore medio di birra artigianale in Italia viene descritto dagli studi di settore come un 40enne istruito, di medio-alto livello socio-economico, disposto a spendere di più per un prodotto percepito come migliore e autentico .

Spende infatti in media il doppio per ogni litro di birra rispetto a un consumatore di birra industriale (circa 7 € al litro contro 3,5 €) , privilegiando la ricerca di gusto e territorio.

Per contro, il consumatore “fedelissimo” di sola birra industriale ha in media un profilo un po’ più anziano (50 anni) e tradizionale nelle scelte, maggiormente attento al prezzo e meno alla varietà .

Naturalmente si tratta di profili generali: in mezzo c’è la maggioranza dei consumatori che beve sia prodotti industriali sia artigianali a seconda delle occasioni.

Un sondaggio Unionbirrai indica che su un campione di 1700 consumatori abituali di birra, il 12% dichiara di bere solo birra industriale, mentre il 29% consuma sia industriale che artigianale .

Questo significa che ormai oltre 4 consumatori abituali su 10 hanno familiarità con la birra artigianale, un dato impensabile fino a pochi anni fa.

La penetrazione della birra craft è dunque aumentata, anche se c’è ancora molto spazio per crescere.

Tra le tendenze di consumo recenti, meritano attenzione almeno due fenomeni: da un lato la già citata crescita delle birre speciali e di qualità anche nel consumo di massa, dall’altro l’emergere di nuove tipologie di prodotto come le birre analcoliche o a basso tenore alcolico.

Su quest’ultimo fronte, l’Italia segue un trend internazionale di attenzione al “bere moderato”: le birre low alcohol o no alcohol (grado alcolico ridotto o zero) rappresentano ancora una nicchia, ma in espansione.

Nel 2023 le birre analcoliche hanno raggiunto l’1,86% dei consumi totali in volume, con un incremento annuo del +4,5%.

Sempre più birrifici – grandi e piccoli – propongono versioni leggere o senza alcol dei propri prodotti, per intercettare quella quota di consumatori attenti alla salute, al mettersi alla guida, o semplicemente curiosi di provare qualcosa di diverso.

Anche le birre biologiche, gluten-free o aromatizzate (ad es.

alla frutta, erbe, ecc.) costituiscono segmenti emergenti seppur di nicchia, indicando una ricerca costante di novità.

I birrifici artigianali sono spesso pionieri nell’innovazione (si pensi alle Italian Grape Ale, birre con mosto d’uva, riconosciute ufficialmente come stile birrario legato all’Italia), mentre i grandi produttori hanno maggiori risorse per lanciare prodotti speciali su larga scala una volta fiutata la tendenza.

In generale, il gusto del consumatore italiano medio si sta lentamente spostando verso una maggiore apertura: la birra sta perdendo l’immagine di semplice bevanda rinfrescante estiva o da accompagnare alla pizza, per assumere sempre più dignità di bevanda da pasto a tutto tondo, con abbinamenti gastronomici ricercati e momenti di consumo diversificati.

Un segnale di questa evoluzione è l’attenzione crescente verso il servizio e la degustazione: proliferano i corsi per sommelier della birra, le guide alle birre artigianali, gli eventi dedicati alla cultura birraria, sintomo che il pubblico – seppur gradualmente – sta diventando più consapevole e curioso.

Prezzi e posizionamento di mercato

Un ulteriore elemento di confronto è il prezzo e il posizionamento sul mercato.

La birra industriale in Italia è un prodotto relativamente a basso costo: grazie alle economie di scala e all’elevata competizione tra marchi commerciali, il prezzo medio al litro della birra lager da supermercato è tra i più bassi in Europa occidentale.

La birra artigianale invece si colloca in una fascia premium: come visto, il prezzo al consumatore può essere anche il doppio o il triplo di una lager industriale standard.

Questo riflette i costi più alti di produzione artigianale (materie prime selezionate, processi meno efficienti, distribuzione limitata) ma anche il diverso valore percepito.

Il consumatore di craft beer è disposto a pagare di più per avere una birra unica, fresca, magari prodotta localmente e con ingredienti di qualità.

Dal lato dei produttori, tuttavia, la gestione del prezzo è critica: da un lato troppo alto può frenare l’acquisto da parte di nuovi potenziali clienti, dall’altro scendere sotto certi livelli è impossibile per i microbirrifici se vogliono sostenere i costi.

Negli ultimi anni i rincari delle materie prime (malto, luppolo) e dell’energia hanno messo sotto pressione i margini delle piccole birrerie, molte delle quali si sono trovate costrette ad aumentare i listini.

Anche i grandi birrifici industriali hanno subito l’aumento dei costi, ma partivano da margini di profitto maggiori e hanno più leve per assorbirli (o diluirli su volumi enormemente superiori).

Questo spiega perché nel 2023 alcuni birrai artigianali abbiano lamentato una contrazione delle vendite: la combinazione inflazione + prezzo alto ha reso ancor più di nicchia il consumo di birra artigianale in alcune fasce di pubblico, mentre la birra commerciale, mantenendo prezzi più popolari, ha sofferto meno in termini di volume.

Sfide regolatorie e prospettive future

Nonostante i trend positivi e la vitalità del comparto, il mercato italiano della birra si trova ad affrontare diverse sfide regolatorie e strutturali che ne influenzeranno l’andamento futuro.

Un primo tema cruciale è quello della fiscalità.

In Italia la birra è l’unica bevanda da pasto gravata da un’accisa al consumo (retaggio storico che non colpisce ad esempio il vino) e le aliquote di accisa sulla birra risultano notevolmente più alte che in altri Paesi europei.

I produttori nazionali lamentano da tempo uno svantaggio competitivo rispetto ai concorrenti esteri: ad esempio in Germania le accise sulla birra sono circa un quarto di quelle italiane .

Questa situazione incide sul prezzo finale e sulla marginalità per i birrifici, penalizzando sia i grandi che i piccoli.

Negli ultimi anni, su spinta di AssoBirra e Unionbirrai, il governo italiano ha introdotto misure di parziale sollievo: dal 2019 sono state applicate riduzioni di accisa per i microbirrifici sotto una certa soglia produttiva (inizialmente 10.000 hl/anno, poi elevata a 50.000 hl), con tagli fino al 40-50% dell’aliquota standard.

Si tratta di provvedimenti importantissimi per favorire le piccole realtà.

Tuttavia, finora queste riduzioni sono state rinnovate di anno in anno (nei vari decreti Milleproroghe) senza una stabilizzazione definitiva.

Gli operatori del settore chiedono che tali agevolazioni diventino strutturali, evitando l’incertezza annuale.

Assobirra ha avvertito chiaramente che senza la stabilizzazione del taglio alle accise per i birrifici sotto i 60.000 hl, molte aziende artigianali rischiano di trovarsi in difficoltà economica .

Dunque, la pressione fiscale rimane un tema aperto: un alleggerimento ulteriore e strutturale delle accise potrebbe liberare risorse per investimenti e occupazione lungo la filiera, mentre un irrigidimento fiscale rappresenterebbe un freno alle potenzialità di crescita, soprattutto per i produttori minori.

Un secondo fronte regolatorio emerso di recente è quello normativo-sanitario legato alle etichettature e avvertenze sugli alcolici.

Il riferimento è alla proposta, avanzata dall’Irlanda e discussa in sede UE, di introdurre warning sanitari sulle etichette delle bevande alcoliche (sul modello di quanto avviene per i tabacchi).

I produttori di birra italiani (e non solo) si sono mostrati molto preoccupati da questa prospettiva, ritenendola eccessiva e potenzialmente penalizzante per il settore, soprattutto considerando la gradazione alcolica moderata della birra e il consumo responsabile che caratterizza il nostro Paese.

Il Governo italiano ha assunto – come ricordato dal presidente di AssoBirra – una posizione critica verso tali etichettature allarmistiche, allineandosi alle istanze del settore .

Si tratta di un dibattito da monitorare: eventuali nuovi obblighi di etichetta o campagne anti-alcol potrebbero influire sull’immagine della birra e sulle preferenze di consumo, anche se al momento prevale un approccio orientato alla promozione del consumo moderato e consapevole (ambito in cui, va detto, l’Italia è già virtuosa).

In questo contesto rientrano anche le iniziative sul consumo responsabile e la sensibilizzazione sui rischi dell’abuso di alcol, aspetti su cui le associazioni di categoria collaborano con le istituzioni per educare senza demonizzare il prodotto.

Dal punto di vista normativo interno, un fatto positivo è stata – come visto – l’introduzione di una chiara definizione legale di “birra artigianale” nel 2016.

Ciò ha dato riconoscimento ufficiale a un fenomeno in forte crescita, facilitando anche interventi ad hoc (fiscali, promozionali, etc.) per questo segmento.

Un potenziale sviluppo futuro potrebbe essere l’ulteriore affinamento di normative a sostegno delle filiere locali: ad esempio incentivi per l’uso di materie prime italiane.

Attualmente, circa il 40% dell’orzo da birra utilizzato in Italia è coltivato sul territorio nazionale ; aumentare questa percentuale (obiettivo dichiarato è arrivare al 60% nei prossimi anni) renderebbe la filiera più integrata e creerebbe sinergie tra agricoltura e birrificazione.

Anche la promozione dei birrifici agricoli – aziende brassicole legate direttamente ad attività agricole, che coltivano in proprio parte degli ingredienti – è un fenomeno da sostenere: il loro numero è passato da poche decine a quasi 300 in pochi anni , segno di come birra e territorio possano integrarsi generando valore aggiunto (turismo rurale, filiera corta, ecc.).

Un’ulteriore sfida riguarda la struttura stessa del mercato artigianale.

Come analizzato, la frammentazione e la piccola scala dei microbirrifici italiani comportano problemi di distribuzione e di capacità produttiva non pienamente sfruttata (molti operano largamente sotto il potenziale dei propri impianti) .

Per il futuro, è possibile che avvenga un certo consolidamento: non è escluso che alcuni microbirrifici si aggreghino, o che avvengano fusioni/acquisizioni, per raggiungere masse critiche maggiori.

Questo, unito a un miglioramento della rete commerciale (più presenza in GDO e export), potrebbe far crescere ulteriormente la quota di mercato della birra artigianale.

D’altro canto, il mantenimento di una forte identità locale e qualitativa sarà fondamentale: la sfida per i birrifici craft è crescere senza snaturarsi, continuando a innovare e a puntare sulla qualità come elemento distintivo rispetto ai prodotti industriali.

Le prospettive future per il mercato della birra in Italia appaiono dunque positive ma con interrogativi aperti.

Da un lato, c’è ancora margine di crescita dei consumi pro capite, specialmente se la birra conquista ulteriormente gli italiani come bevanda da pasto (magari erodendo un po’ del tradizionale primato del vino nelle preferenze).

Il trend culturale sembra andare in questa direzione, con nuove generazioni più aperte alla birra.

Dall’altro lato, il contesto economico generale influirà: un potere d’acquisto in flessione potrebbe spingere parte dei consumatori a preferire prodotti industriali più economici, rallentando la progressione del segmento craft.

Molto dipenderà anche dalle scelte strategiche dei grandi player industriali – ad esempio investimenti in sostenibilità ambientale, innovazione di prodotto (nuovi gusti, packaging come il ritorno in forze del lattine, etc.) – e dalla capacità dei piccoli birrifici di fare sistema.

Organismi come Unionbirrai, consorzi locali, festival nazionali (es.

Italia Beer Week) giocano un ruolo nel dare visibilità e opportunità ai produttori artigianali; una loro ulteriore crescita potrebbe sostenere il comparto nel suo insieme.

In conclusione, l’ andamento del mercato della birra in Italia negli ultimi anni mostra un settore vivace, in espansione nei volumi e sempre più diversificato.

La birra industriale continua a fare da traino nei numeri assoluti, garantendo al Paese capacità produttiva, entrate fiscali e presenza internazionale.

La birra artigianale ha portato innovazione, qualità e un nuovo modo di concepire la birra, ritagliandosi uno spazio piccolo ma significativo e in costante fermento.

Le due realtà, un tempo distanti, oggi coesistono e in parte si influenzano a vicenda: i grandi birrifici inseguono i trend lanciati dai micro, questi ultimi a loro volta beneficiano della diffusione di una cultura birraria più ampia.

I dati ufficiali confermano un comparto in salute – malgrado shock temporanei – e con possibilità di ulteriore crescita.

Le sfide non mancano, dalla fiscalità da riequilibrare alla distribuzione da potenziare, ma l’Italia della birra ha davanti a sé opportunità interessanti.

Se produttori, istituzioni e consumatori continueranno a interagire positivamente, possiamo attenderci un mercato birrario italiano sempre più maturo, competitivo e ricco di soddisfazioni sia per chi la birra la fa sia per chi la beve.

Fonti

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